17Aug

Le Olimpiadi come specchio della società

   

Le donne ai Giochi Olimpici

Dal 1896 ad oggi i Giochi olimpici si sono evoluti, trasformati, moltiplicati, mettendo in scena i progressi e le conquiste dell’umanità. Così, approfondire alcune questioni sulle Olimpiadi può regalarci inattesi fotogrammi della nostra società.

Quante donne hanno partecipato alla prima edizione olimpica dell’era moderna? Quante hanno gareggiato a Londra nel 2012? E che cosa significa tutto questo?

 

Come emerge dall’infografica, la partecipazione delle donne alle Olimpiadi è cresciuta sempre nel tempo in modo lineare.

Nel rispetto dei Giochi antichi a cui era ispirato, Pierre de Coubertin progetta le nuove Olimpiadi senza ammettere le donne. Nessuna atleta di sesso femminile, dunque, può sfidare gli uomini nella prima Olimpiade moderna. O quasi.

Sì, perché una donna in realtà ci ha provato. Si tratta di Stamàta Revithi, maratoneta, esclusa il giorno stesso della gara ufficialmente per un ritardo nelle iscrizioni. Non si diede per vinta la giovane atleta greca e il giorno successivo corse da sola, seguendo lo stesso percorso che i colleghi uomini avevano calpestato il giorno prima. Ma era il 1896: Stamàta Revithi non sarà mai riconosciuta tra le atlete olimpiche.

La storia del gentil sesso alle Olimpiadi ha almeno altre due grandi icone. Una è Helene Mayer, l’ebrea tedesca convocata dalla sua nazionale nel 1936. Le Olimpiadi erano troppo importanti per Hitler, che aveva speso tempo, denaro e fatica per far sì che rappresentassero il culmine della sua propaganda. Helene Mayer era una fiorettista, già vincitrice di un oro alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928. Viveva negli Stati Uniti durante le discriminazioni. La sua convocazione, forse dovuta al timore che gli USA boicottassero le Olimpiadi, rimase oscurata dalla celebre impresa di Jessie Owens.

La terza storia è quella di Lida Fariman, icona per le donne mussulmane. Fu la prima iraniana a partecipare ai Giochi olimpici, nel 1996. Il tiro a segno, la sua disciplina, era una delle poche permesse alle donne islamiche, perché lasciava che il corpo e i capelli restassero completamente coperti.  

Dal 1986, le donne hanno fatto passi da gigante, nello sport e nella società. A Londra nel 2012 il 44 % degli atleti è stato di sesso femminile, negli Stati Uniti Hillary Clinton è la prima candidata ufficiale della storia alla Presidenza.

L’Italia deve molte delle sue medaglie alle donne: come Elisa di Francisca che con l’oro di Londra è riuscita a non farci rimpiangere l’amata Vezzali; Federica Pellegrini, la prima azzurra a ottenere l’oro nel nuoto o Roberta Vinci, battuta in finale US Open dalla connazionale e amica Flavia Pennetta.

 

Uomini e donne in pista

Un'altra interessante comparazione uomo/donna più strettamente afferente alle competizioni olimpiche è quella che confronta i tempi stabiliti dai due generi nel corso delle varie edizioni in alcune discipline.

Sono state prese in considerazione quattro specialità dell’atletica leggera, in particolare i 100 metri, i 200 metri, i 1500 metri e la maratona.

In via generale i tempi stabiliti tendono a diminuire dalla edizione più lontana a quella più recente. Già dalla posizione delle linee però si evidenzia la presenza di un gap di qualche secondo tra i due generi. Un gap che tarda ad essere colmato.

È possibile notare come i dati riguardanti le competizioni femminili inizino più tardi rispetto a quelle maschili. Ciò è dovuto semplicemente al fatto che le donne vennero ammesse a concorrere per alcune discipline solo molti anni dopo la rinascita delle Olimpiadi moderne.

Per i 100 metri, ad esempio, notiamo i dati per le donne a partire dall’edizione del 1928, mentre per la maratona si sarebbe dovuto aspettare il 1984 per aprire la competizione alle donne.

Il tempo stabilito nei 100 metri alle Olimpiadi del 1896 dal primo vincitore, lo statunitense Tom Burke, era di 12 secondi. Da quella competizione, il tempo maschile impiegato per compiere il percorso è gradualmente diminuito fino a toccare, nelle scorse Olimpiadi del 2012, i 9,63 secondi. Per le donne il primo dato disponibile è quello di 12,2 secondi stabilito nel 1928 ad Amsterdam da Elizabeth Robinson, mentre il minor tempo raggiunto è stato quello di Florence Griffith-Joyner, che a Seul 1988 ha completato la corsa in 10,54 secondi.

Nei 1500 metri, per la categoria uomini, partendo da un tempo di 4 minuti e 33,2 secondi stabilito da Teddy Flack nel 1896, si è arrivati nel 2012 ai 3 minuti e 34,8 secondi dell’algerino Taoufik Makhloufi. Per la categoria donne, invece, nella stessa specialità si assiste ad un aumento del tempo impiegato a completare la corsa. Si è infatti passati dai 4 minuti e 1,4 secondi del 1972, quando le donne furono ammesse alla competizione, ai 4 minuti e 10,40 secondi del 2012, pur toccando nel 1988 la soglia dei 3 minuti e 53,96 secondi.

   

La delegazione italiana a Rio 2016

Un’analisi più legata all’attualità è quella che considera l’età degli atleti azzurri qualificati a Rio. Chi sono i più giovani e per quale sport gareggiano? Qual è l’età media?

Dei 308 atleti azzurri qualificati alle Olimpiadi, il 47,7% si trova nel range d’età che va dai 27 ai 33 anni. I 30 anni, secondo questi dati, sembrano rappresentare l’acme degli sportivi. Sono molti, però, anche gli atleti tra i 21 e i 26 anni, che raggiungono il 36% del totale. Pari, invece, è la presenza degli under 20 e degli over 33.

Le fasce d’età più alte si concentrano in alcune specifiche discipline, ad esempio l’atletica e, tra le sue varie specialità, la maratona. Un dato che forse si spiega a partire da una caratteristica comune a tutte le corse di resistenza. Queste, infatti, stimolano i processi di introspezione e lavoro su se stessi, aspetti spesso ottenibili solo a un certo livello di maturità psicologica.

Disciplina antica e complessa, la maratona ha conosciuto nel corso della storia drammatici episodi, come nel caso di Dorando Pietri e Francisco Lazaro. Nel 1908 a Londra, Pietri collassò a pochi metri dal termine, stremato dalla fatica. A nulla valse l’intervento dei giudici di gara che lo aiutarono a superare per primo il traguardo: venne squalificato a causa di quell’aiuto e non ottenne la medaglia. Peggiore fu la sorte di Francisco Lazaro, l’atleta portoghese che morì durante le Olimpiadi di Stoccolma del 1912, dopo essere collassato al 30͒ chilometro della maratona. Una nota di colore, invece, è rappresentata dalla vicenda di Shizo Kanakuri, il maratoneta con il tempo più lungo della storia. Il giapponese corse la stessa gara di Francisco Lazaro ma, ahimé, arrivò solo 54 anni dopo. Era un giorno particolarmente caldo il 14 luglio del 1912 e Kanakuri decise di fermarsi a bere dell’acqua a casa di uno spettatore. Mai scelta fu più fatale: si addormentò. Al risveglio, imbarazzato, tornò in Giappone senza dar notizia di sé. Terminò la maratona nel 1967.

Altri sport in cui esperienza, concentrazione, allenamento e maturità hanno la meglio sulla giovane età sono il tiro a segno, il tiro a volo, il golf - new entry delle Olimpiadi di Rio - e la scherma. Da molti definito uno sport di testa, la scherma si basa su tempo, velocità e misura. Una buona scelta di tempo spesso vince contro la velocità dell’avversario.

Le atlete più giovani sono invece raggruppate nelle discipline ginniche: la ginnastica artistica e ritmica. Presente per gli uomini fin dalla prima edizione delle Olimpiadi dell’era moderna, la ginnastica è uno sport che richiede forza, elasticità e abilità cinestetica. Oggi a Rio le ginnaste sono quasi tutte donne: il 23enne Ludovico Edalli, già vincitore di una medaglia di bronzo ai Primi giochi olimpici giovanili, è l’unico ragazzo. Un dato che, per tornare al ruolo delle donne negli sport olimpici, testimonia ancora una volta i tanti obiettivi raggiunti del gentil sesso.

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