22Sep

Migranti, i social network tra xenofobia e strumentalizzazione

Di fronte ai flussi straordinari delle migrazioni globali, il web rispolvera la più atavica paura del diverso. Complice anche il vento nazionalista che continua a spirare in Europa dagli Stati Uniti. E così, mentre le “voci grosse” accentrano il dibattito social, le mega campagne di sensibilizzazioni rimangono l’unico spiraglio per accreditare visioni di segno opposto.

 

C’erano una volta i “clandestini"

La parola “clandestino” è «basata su un giudizio negativo aprioristicamente» al punto da insinuare «l’idea che il migrante agisca al buio come un malfattore». Così recitava la lettera stesa da politici, intellettuali e uomini di spettacolo in risposta al Memorandum d’intesa nel contrasto all’immigrazione illegale sottoscritto dall’Italia e dal Governo di riconciliazione libico. A rendere pubblica la lettera ci aveva pensato l’8 febbraio il quotidiano La Repubblica, attore di punta nel panorama della stampa Italiana che ha progressivamente favorito il passaggio nella lingua comune al  più (politicamente) corretto  sostantivo “migrante”, come ribadiva la stessa lettera. Un’operazione che appariva difficile da immaginare nel 2003, quando tutti i quotidiani nazionali collocavano la parola “clandestini” in prima pagina, senza tema d’offesa. 

 

 

La lingua cambia, e la sostituzione tra “clandestini” e “migranti” risulta oggi ben compiuta se si analizzano i big data raccolti da Catchy su Twitter tra Maggio e settembre 2017 cercando tra i messaggi contenenti la parola “immigrazione”. Nella classifica degli hashtag più frequenti compare proprio #Migranti. Per trovare invece l’hashtag #clandestini bisogna scendere al 28° posto della classifica.

 

  

Considerano però tutte le parole (e non solo gli hashtag) presenti insieme a “immigrazione” si scopre che l’aggettivo “clandestina” è il secondo termine più ricorrente. Se quindi la maggioranza dei microblogger italiani non individua la categoria delle persone immigrate con la parola “clandestino”, il fenomeno dell’immigrazione irregolare continua a destare un interesse evidente.

 

 

É il segno che sotto al termine ombrello “migranti” si cela ancora un’inquietudine ben  radicata, che l’eufemismo terminologico preferito dai media e dalla politica stenta a stemperare.

 

Un “indice di ignoranza”

A questa inquietudine si accompagna una discrasia oggettiva tra stato reale del fenomeno migratorio e la percezione generale dell’intera manifestazione umana che continua a vedere la popolazione italiana ai vertici della classifica: secondo un attendibile sondaggio Ipsos Mori nel 2015 gli italiani immaginano una fetta di immigrati pari al 30% della popolazione, di contro al reale 7%.

 

 

Preoccupante analogo discorso anche per l’immagine scattata dall’edizione 2016 del sondaggio riguardo la percentuale di musulmani residenti sul totale della popolazione - il 20% percepiti rispetto al 3,7% reale.

 

 

ONG e ius soli: un malcontento a puntate

Per quanto erronei possano essere, i sentimenti comuni degli italiani in materia di immigrazione e popolazione straniera risultano marcati anche guardando i nostri dati raccolti su Twitter, canale riempito da un malcontento espresso senza sosta. Le parole identificative si ripetono nel tempo intrecciando i vari episodi di vicende di cronaca che sembrano assumere un colore unico nell’opinione digitale cinguettata.  

 

 

Due le polemiche più distribuite nel tempo: gli scandali che hanno fatto urlare alla possibile connivenza tra alcune delle più importanti Ong e i trafficanti di migranti e la proposta di riforma della legge sulla cittadinanza ispirata al principio dello ius soli.

 

 

Quanto al primo argomento, la rete si confronta sulla questione a più riprese in maniera complessivamente poco garantista, con la parola “ipotesi” che compare solo in quattordicesima posizione, dietro a “reato”, “favoreggiamento” e “clandestina”. Il dibattito scuote gli animi per più giorni di seguito tra il 31 luglio e il 21 agosto, quando in diversi momenti alcune delle maggiori organizzazioni non governative decidono di firmare il codice di condotta per le attività in mare voluto dal ministro Minniti - accordi raggiunti anche in seguito alle varie modifiche intraprese da parte del Viminale.


Coop e ong vengono quindi considerate alla medesima stregua: sepolcri imbiancati capaci di nascondere il più becero affarismo dietro la sofferenza di migliaia di persone. Quanto invece allo ius soli, il diritto alla terra di latina memoria, è ancora al centro del fuoco incrociato degli esponenti politici del centro-destra e del Movimento 5 Stelle, i cui nomi si intrecciano visibilmente con l’hashtag identificativo (#iussoli).

 

 

Il fatto che una riforma della legge sulla cittadinanza sia così saldamente connessa al tema dell’immigrazione è di per sé già significativo in quanto la norma avrebbe effetti solo sulle persone nate sul suolo italiano o residenti in italia da diverso tempo, e in modo comunque non automatico (da ciò la specificazione di “ius soli temperato”).

Data questa associazione non stupirà forse che le parole più utilizzate nei tweet raccolti non lascino alcuno spazio all’interpretazione: la voce più forte del popolo di Twitter è quella contraria allo ius soli. Se si esclude il termine “immigrazione” (che è appunto la nostra esca per tweet) l’hashtag #noiussoli è il più ricorrente, seguito a ruota da “bastaiussoli” e “stopinvasione”.

 

 

Ciò non significa certo che questa sia l’opinione preponderante della popolazione italiana, nemmeno quella di Twitter. Più semplicemente il volume delle voci a favore rimane impercettibile. Tanto che anche la ricorrenza della parola “PD” si verifica prevalentemente in chiave accusatoria al partito di Matteo Renzi. Il quale a sua volta viene ritenuto responsabile di una “invasione voluta”, secondo una corrente ben visibile nei dati e innescata da una interpretazione faziosa di una dichiarazione di Emma Bonino.

Chi è dentro è dentro

Fulcro delle tesi d’opposizione, pedissequamente riproposte degli utenti della rete più attivi, il forzato sillogismo che imporrebbe una crescita proporzionale della criminalità nel caso venisse concessa di default la cittadinanza ai figli degli stranieri. L’avversione alla riforma proposta dal Partito Democratico, in realtà, è l’ennesima geminazione prodotta dalla cattiva informazione che da anni continua a far credere a numeri eccezionali legati all’origine extracomunitaria della malavita all’interno del nostro Paese. Le statistiche Eurostat ci dicono però che il numero di stranieri detenuti nelle carceri italiane dal 2008 al 2014 ha fatto segnare un calo significativo.

 

 

D’altronde al 2004 al 2014 le denunce con autore noto hanno visto gli stranieri passare dal 32,3% (239.243 su un totale di 709.614) al 31,4% (307.978 su un totale di 980.854). Percentuali certo elevate, soprattutto se paragonate al totale della popolazione, ma che è difficile legare al flusso straordinario del fenomeno migratorio degli ultimi anni.

A casa loro

Lo ius soli costituisce in sintesi il vessillo della politica d'accoglienza del PD, ma nel capitolo “immigrazione” non è l’unico “hashtag spia” della critica web. L’avversione alla linea portata avanti da Renzi e dal Partito Democratico viene sintetizzata anche con l’hashtag virale “acasaloro”, al quale si legano , in maniera spesso sarcastica “#renzirispondi”, “#salvini”, e quindi di nuovo #iussoli, #stopinvasione.

 

 

Il picco maggiore si registra tra il 7 e il 10 luglio, quando Matteo Renzi firma un tweet inequivocabile proveniente dall’account ufficiale del Partito democratico  - poi prontamente cancellato -, il quale riporta una passaggio del libro del Segretario: “Noi non abbiamo il dovere morale di accoglierli, ripetiamocelo. Ma abbiamo il dovere morale di aiutarli. E di aiutarli davvero a casa loro”.

 

 

 

L’immigrazione è politica

La prevalenza del coro polemico si osserva anche focalizzandosi sui nomi dei politici. L’hashtag #Salvini in particolare rappresenta l’#hashtag più frequente nell’ intero corpus di tweet a tema #immigrazione e raggiunge i suoi picchi più elevati in corrispondenza soprattutto del tema “ong”.

Nella top 5 degli hashtag partitici Il Movimento 5 stelle compare in quarta posizione dietro a “PD” e “Renzi”. Un’analisi delle parole associate all’hashtag relativo (#m5s) suggerisce però che il movimento pentastellato, nonostante la boutade del neo candidato premier Di Maio sugli ormai celebri “taxi del mare”, complessivamente non affronti l’argomento tanto in maniera diretta, con proposte nel merito, quanto piuttosto in chiave antagonista, ossia rivolgendo una assidua critica alle istituzioni e alle altre forze politiche. Troviamo “Europa”, “PD”, “Lega”, “Renzi”, “Governo”, e solo poi “Grillo”, “razzismo”, “migranti”.   

 

 

L’unica voce fuori dal coro rispetto all’assetto del centro sinistra - e alla reazione social - la si ha con Minniti. Il Ministro dell’Interno, non allineandosi totalmente con la politica d’accoglienza intrapresa dal Partito Democratico, suscita tutte le simpatie (aspetto ulteriormente sottolineato quando il Papa si dichiara d’accordo con un ripensamento dei flussi migratori). Si tratta del nome più distribuito nel tempo, a causa della sua competenza ufficiale di settore.

Dal viscerale al virale

La grande pesca dei Tweet restituisce anche un valido esempio di cosa possa succedere quando ai meccanismi virali della rete si unisce il pathos viscerale della xenofobia.  Quattro picchi neri ben scanditi si stagliano sulla linea del tempo e segnalano l’esplosione intermittente dell’hashtag #movimentoonesti. Si tratta di un’etichetta con una particolarità: sorge dal nulla, proposta da pochissimi account i cui tweet vengono retwittati da un alto numero di utenti, tanto da portare l’hashtag all’undicesimo posto nella classifica dell’intero periodo. L’hashtag sintetizza bene la diffusa xenofobia social, facendo leva su concetti fondanti come Patria, identità nazionale, timore del diverso, politica eccessivamente democratica e favorevole all’accoglienza, percezione della criminalità. 

 

Europa chi?

A questo punto vale la pena osservare come tutte le versioni italiane del tema “immigrazione” suonino esclusivamente in chiave nazionale. Aspetto che emerge in maniera ancora più chiara se, come controprova, si cercano le parole “Europa” o “UE”. Si scopre così che il posizionamento dell’hashtag #UE all’ottavo posto in classifica è prodotto quasi interamente da un unico picco - coincidente con la strigliata di Jean-Claude Junker a un Parlamento europeo semi deserto nel giorno in cui si discuteva dell’emergenza migranti.

 

 

L’immigrazione a la Trump

Cosa succede se invece proviamo a cambiare bacino e gettiamo le reti a caccia di big data targati “immigration”? La corrente ci porta immediatamente oltreoceano, a quegli Stati Uniti che nel sondaggio Ipsos Mori si guadagnano il secondo posto per disinformazione rispetto al reale numero di musulmani. Un picco esclusivo e ben marcato nel periodo di riferimento porta dritti dritti al 4 settembre, data della decisione sul #Daca, l’hashtag-acronimo con cui la rete ha commentato l’abrogazione del programma di protezione per i minori arrivati negli Usa senza uno status giuridico legalmente riconosciuto e che per anni aveva consentito di usufruire di un permesso biennale rinnovabile per motivi di studio e di lavoro. Per questi oltre 780 mila dreamers dal futuro incerto - l’unico appiglio rimane la definizione da parte del Congresso di una nuova legislazione che eviti loro il rimpatrio - la rete si è immediatamente polarizzata. Anche in questo caso  i sostenitori del nazionalismo presidenziale hanno avuto la voce più grossa A suon di racconti di cronaca nera con protagonisti tanti giovani extracomunitari, hanno continuato a dare voce al diffuso timore del diverso con gli hashtag #defenddaca, #buildthewal, #AmericaFirst. Solo più indietro in classifica gli hashtag di tendenza opposta: #dreamers, #migrants, #refugees e il sarcastico #deportmelania.

 

 

ONU, pensaci tu

Bandita così ogni forma di diversità, gli immigrati sono diventati il limite maggiore alla riconquista del “Make America Great Again”.E per osservare un movimento social di segno opposto e di proporzioni apprezzabili bisogna ampliare ancora di più lo sguardo. Nel tentativo di arginare la diffusa insofferenza ai flussi umani su scala mondiale, a partire dal 4 dicembre 2000 in occasione del cinquantesimo anniversario della Convenzione del 1951 relativa allo status dei rifugiati, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha scelto di celebrare la Giornata mondiale del rifugiato nella data del 20 giugno. E solo sull’onda lunga della spinta di questi portatori di interessi la questione acquisisce viralità ed emergono hashtag trading topic come #withrefugees - interesse diffuso su Twitter, seppur viziato dai grandi stakeholders, nel periodo compreso tra il 18 e il 24 giugno, con punta nella giornata del 20, ma anche capofila di tutti gli argomenti correlati a #refugeday, #worldrefugeeday, #giornatamondialedelrifugiato.

 

 

Francesco Nespoli & Fiorinda Stasi