20Jul

Vero, falso, interpretabile. Tre sfumature di #CNNblackmail

Nel panorama USA del più laconico dei social, #fakenews è ancora sinonimo della mediawar ingaggiata da Donald Trump verso il bersaglio ormai unico CNN. Un nuovo episodio della cosiddetta “guerra”, il più discusso nella settimana di riferimento, rivela quanto l’etichetta #fakenews oscuri ormai il territorio dell’opinione.

“fake news” o “fakenews” nei tweet in lingua inglese dal 7/7 al 14/7 2017.

La CNN nel mirino

Altri sette giorni di pesca ininterrotta nella marea anglofona dei tweet che contengono l’espressione “fake news” confermano come protagonista indiscussa delle acque digitali la mediawar dichiarata da Donald Trump al sistema dei media mainstream. Sia che con #Fakenews si intendano notizie false, sia che ci si riferisca all’inaffidabilità del canale (“news” come “notiziario”).

Nello scorrere del milione e 30 mila tweet raccolti da Catchy (1.029.824 per l’esattezza) ogni nuovo picco nei volumi del vociare social continua ad essere lo specchio di questo serrato scambio di accuse e controaccuse tra il Presidente USA e il sistema delle notizie americano. Un gioco che vede ormai il broadcaster CNN come bersaglio privilegiato.

È stato d’altronde lo stesso Tycoon a proporre la metafora del corpo a corpo twittando una clip che lo ritrae durante la sua comparsa nello show WrestleMania del 2007. Con il particolare che al posto del volto di Vince McMahon, il membro della giuria atterrato da Trump, appare il logo della CNN.

La prosopopea della più anziana delle allnews americane ha fatto guadagnare le reazioni più numerose di sempre: quasi 370mila retweet, più di 600mila like e 144mila risposte

Il 1 luglio Trump aveva già chiaramente messo la CNN al centro del suo mirino avvertendo con un tweet: “Sto pensando di cambiare il nome #fakenews CNN in #FraudNewsCNN”, ossia “notiziario truffa”.

Per questo il tweet dei record poteva essere anche uno dei più sintetici di Trump. Ad accompagnare la GIF solo due hashtag #FraudnewsCNN e #FNN, la storpiatura della sigla “CNN”.

#CNNblackmail, la fonte e il megafono

Nella settimana di riferimento la comparsa dell’hahstag lanciato da The Donald in persona è stato trainato però dall’hype dell’hashtag #CNNblackmail, il “ricatto CNN”. La vicenda condensata da questa etichetta rimanda proprio al meme virale e rende plasticamente l’idea di quanto il mondo delle notizie americano sia ormai vampirizzato del fenomeno delle fake news.

Questi i fatti. Dopo il tweet di Trump il reporter della CNN Andrew Kaczynski risale all’utente di Reddit autore del meme e scrive un post sul suo blog nel quale spiega che la CNN non intende rivelarne l’identità viste le lunghe scuse pubblicate e la promessa di non pubblicare più contenuti di quel tipo. L’articolo aggiunge però che “la CNN si riserva il diritto di pubblicare l’identità se qualsiasi cosa” di quanto dichiarato dal misterioso utente “dovesse cambiare” (“CNN reserves the right to publish his identity should any of that change”). Nel giro di pochi minuti quella sola frase suscita dubbi a catena fino a configure nell’interpretazione di dei più critici un vero e proprio ricatto, #CNNblackmail appunto.

Così lo definisce il sito conservatore Gateway Pundit: la vera fonte dell’hashtag, contenuto nel titolo di un articolo che riporta l’opinione del fondatore di Wikileakes Giulian Assange secondo il quale con le sue parole la CNN avrebbe violato le leggi di New York.

L’articolo di Gateway Pundit viene rilanciato direttamente dal figlio del Presidente Donald Trump Jr. con un tweet che rappresenta invece il “megafono” del nostro hashtag, scritto da quel momento in avanti in quasi 24 mila tweet.

Il figlio del Presidente rilancia poi l’hashtag suggerendo l’idea che la CNN se la sia presa con un hater quindicenne.

Fraintendere si può

Kaczynski è dunque costretto a difendere la CNN dalle accuse e lo fa con una serie di tweet ravvicinati nei quali specifica che l’utente dietro il nickname di “HanAssholeSolo” non ha 15 anni  e che la frase incriminata nell’articolo è stata mal interpretata. Avrebbe semplicemente voluto significare che l’emittente non aveva preso accordi con HanAssholeSolo.

L’10 luglio Kaczynski torna poi sull’argomento facendo notare che Donald Trump Jr non ha ancora cancellato i suoi tweet “falsi” attribuiti al giornalista della CNN. E’ il secondo picco dell’hashtag #CNNblackmail.

Nel momento del dilagare del fenomeno fake news, o almeno del dilagare della sua narrazione, c’è una terra di mezzo tra il vero il falso che il caso #CNNblackmail aiuta a tenere sotto i riflettori. Riassumiamo: l’articolo di Kaczynski è autentico, il fatto che HanAssholeSolo sia un quindicenne è falso, il fatto che la CNN lo abbia minacciato invece è interpretabile. Se la frase di Kaczynski rimane sospesa nel limbo dell’interpretazione è anche per la sua dichiarata imprecisione. Quali erano le intenzioni del network? Minaccia? Sfoggio di fair play? Esibizione di forza? Di abilità di indagine? Tuttavia è proprio sul perno della possibilità di intepretazione che oggi si incardina la lotta a colpi di denuncia di falso. Da una frase ambigua nasce l’hashtag #CNNblackmail, il più associato all’hashtag #fakenews in quel periodo. È il segno di come nel quadro della polarizzazione tra sostenitori e oppositori del Tycoon la credibilità di ogni singola fonte sia ridotta a quella di una fake news, a seconda degli opposti punti di vista. Se la verità sta nel mezzo, forse per questo diciamo di essere nell’epoca della post-verità: di questo “mezzo” ci sono sempre meno tracce.

Francesco Nespoli

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Una settimana nell’infosfera globale delle fake news